THE CLEANER – Marina Abramovic

THE CLEANER – Marina Abramovic

Marina Abramovic. The Cleaner
Palazzo Strozzi. Firenze 18 Gennaio 2019

a cura di Caterina Vitale e Vincenzo Tattolo

In un pianeta retto dal due, attrito e sofferenza sono inevitabili. Di lì si possono imboccare due strade: quella del lamento e della dipendenza, e quella della creazione e dell’arte. In questa Scuola abbiamo scelto la seconda.”  P. Menghi

 

La performance è una costruzione mentale e fisica che l’interprete realizza in un tempo specifico in uno spazio di fronte a un pubblico e poi accade il dialogo con l’energia. Il pubblico e l’interprete realizzano insieme il pezzo. La differenza fra performance e teatro è enorme. Nel teatro un coltello non è un coltello e il sangue è solo ketchup. Nella performance il sangue è materiale e la lametta o il coltello sono strumenti. Sta tutto nell’essere lì nel tempo reale, e non si può provare la performance perché non si può mai fare due volte questo genere di cose.”  Marina Abramovich

Palazzo Strozzi a Firenze ha ospitato, da settembre scorso fino al 20 di gennaio, “The Cleaner”, una retrospettiva dell’artista di origine serba in cui si ripercorre tutta la sua ricerca artistica e personale. Filmati, oggetti, documenti di vario genere, narrano i molti anni della vita artistica di Marina Abramovic e sono accompagnati  da alcune performance dal vivo ad opera di un gruppo di giovani performers che hanno a lungo lavorato con lei. L’invito di Nicola Vitale a visitare la mostra è stato accolto da un gruppo di praticanti che, insieme, hanno visitato l’esposizione. Molte sono le suggestioni e le risonanze che

 l’esperienza ha sollecitato. Questo articolo vuole essere un modo di condividere alcune riflessioni scritte da alcuni dei partecipanti a questa iniziativa. Riportiamo un estratto delle osservazioni emerse.

 

…” il coltello e le mani, l’affidarsi totalmente al pubblico con vari oggetti di piacere e dolore, il recinto a cinque punte in fiamme… Vengo trascinato immediatamente nel suo mondo audace, estremo, problematico e inquietante.” …

… “La lametta, i coltelli, un pensiero: troppo autolesionismo, una domanda: dove inizia la vita vera e dove l’arte? Mi siedo, nella stanza semivuota, faccio ricorso al respiro per prendere una distanza neutrale dall’ esperienza. La donna si spazzola, con forza, con dolcezza, di nuovo con forza, nel gesto ripetuto e nella frase ripetuta, mi arriva la trasformazione, un senso di energia liberata di pace.”…

… “Una suggestione del tutto personale all’inizio del percorso…, il ticchettio ritmico dei coltelli sul legno, le velocità esecutive regolate dalla presenza del metronomo, mi hanno richiamato l’associazione alla musica.” …

… “Nell’ attraversare quelle sale dell’interrato, mi sembrava di entrare in una dimensione onirica, infera, fatta di gesti estremi, esasperati, quasi folli, eppure proprio per questo potenzialmente vicini  a quei momenti in cui le pulsioni distruttive o il disagio esistenziale prevalgono su ogni tentativo di trovare un equilibrio o armonia.” …

… “Quanto avevo percepito fino a quel momento mi è parso proiettato in un processo di trasformazione e cambiamento, il cui presupposto era comunque l’accettazione della nostra nudità, suggerita dall’ingresso attraverso i due corpi nudi e continuamente richiamata dalla nudità dei corpi fino alle ossa.”…

 

… “Sono entrata nel museo inquieta. Sentivo disagio, spaesamento, un caldo fastidioso, lo stomaco contratto. Ho cercato un luogo dentro di me dove potermi rifugiare, un luogo in sicurezza. Avevo bisogno di stare sola. Di fronte alla performance Imponderabilia ho osservato le persone che erano lì: alcune passavano oltre lateralmente, altre fotografavano, e altre ancora passavano in mezzo ai due performer. Io ho osservato i due performer, notando le gambe stanche che tremavano, l’espressione intensa poi sono passata fra di loro. Il mio stato d’animo è cambiato. Mi sono sentita libera.” …

… “Ho avuto difficoltà nell’attraversare la prima installazione, quella dei corpi che restringevano l’ingresso. Ho fatto vari tentativi, tutti andati a vuoto tranne l’ultimo in cui mi sono imposto il passaggio come una sorta di ostacolo mentale da superare.” …

 

 

… “Osservare il mio respirare mentre osservavo l’altro. Tentare di aspettare senza un’aspettativa. La tensione era elevata. Io che osservavo sentivo a mia volta di essere osservato dai presenti della sala e non solo dalla donna. Provare vergogna senza sapere per cosa ma solo per il fatto di essere osservato. C’era un desiderio di andarmene perché mi sentivo nudo, ma anche una determinazione a restare e questi due poli mi generavano molta tensione” …

… “Nella continua alternanza fra opposti, ho notato una specie di passaggio costante fra ferocia e delicatezza.
Per me sono state molto più forti le immagini o le sensazioni sottili, quasi suggerite e che sono più vicine a quel mondo che mi piace definire delicato.” …

… “Mi porto dentro come un riverbero, un sottofondo leggero, alcune parole. Comunicazione, scambio, confronto di corpi, di sensazioni; amore con le sue sfaccettature, da quello doloroso quasi tragico, a quello pieno, fiero e pervasivo per l’arte, la vita e le persone. Per tutta la mostra mi sono sentito connesso al ricordo e mi ha accompagnato un senso di leggera commozione e nostalgia.” ….

 

… “La performance (Cleaning the mirror 1) che è il tentativo di un essere umano di lavare via lo sporco da uno scheletro mi ha provocato un senso di profonda liturgia. Finalmente la morte non più separata dalla vita e censurata dal modernismo, tagliata fuori, non si deve vedere. Ho trovato una poesia sublime, una dolcezza nel vedere con quanta meticolosità, cura venivano lavate le ossa dei piedi, falange per falange, il cranio dove erano i capelli. Era una persona vera che veniva lavata e amata. La morte liberata dalla paura.” …

 

 

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